La malattia di parkinson đ non solo movimento
La malattia di Parkinson (MP) o Parkinson Disease è una sindrome extrapiramidale neurodegenerativa a evoluzione progressiva. Il primo a descriverne le caratteristiche cliniche fu il medico inglese James Parkinson nel 1817.
đ Cosa ci dicono i dati?
Studi epidemiologici recenti attestano che la prevalenza e l’incidenza della malattia in Europa si aggirano attorno ai 108â257/100000 e 11â19/100000 casi lâanno1, interessa principalmente gli over 60 e presenta un rapporto maschi:femmine di 2:1. Tali stime aumentano con lâallungamento dellâaspettativa di vita, conferendo alla MP il secondo posto tra i disturbi neurodegenerativi piĂš diffusi al mondo, solo dopo la malattia di Alzheimer.
Lâeziologia è multifattoriale e riconducibile allâinterazione tra fattori genetici e ambientali. A livello cerebrale si osserva una degenerazione delle strutture sottocorticali note come gangli della base (in particolare, depigmentazione che interessa la pars compacta della substantia nigra) che sottendono il controllo volontario e la coordinazione dei movimenti. Alterazioni a carico di queste aree si associano a un deficit nella produzione di dopamina, uno dei principali neurotrasmettitori cerebrali.
â Come avviene la diagnosi?
ď¸L’esame obiettivo neurologico (EON) documenta tipicamente sintomi motori quali tremore a riposo, rigiditĂ , bradicinesia e instabilitĂ posturale. Lâesordio è spesso asimmetrico e a carico degli arti superiori2.
Eâ importante osservare come tali cambiamenti interessino anche la mimica facciale: le espressioni del volto che veicolano emozioni, sia spontanee che volontarie, sono ridotte in questi pazienti e danno luogo ad amimia. Inoltre, negli ultimi anni, è stata coniata lâespressione facial bradykenesia per indicare il rallentamento e riduzione dellâampiezza dei movimenti del volto legata ad una diffusa degenerazione dei nuclei della base unitamente ad altre strutture della corteccia cerebrale e del tronco encefalico3.
I pazienti avrebbero difficoltĂ sia a produrre che a riconoscere le emozioni veicolate dal volto4, con evidenti ripercussioni nelle interazioni sociali quotidiane.
Il profilo neuropsicologico
Sul piano neuropsicologico, sono riscontrabili alterazioni non motorie a carico di cognizione, affettivitĂ e comportamento: oltre al deficit di riconoscimento/produzione di emozioni, si osservano alterazioni sul piano esecutivo-attentivo e visuo-costruttivo che possono anticipare anche di 7-9 anni la diagnosi di malattia5.
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Il profilo cognitivo si colloca lungo un continuum che va da un quadro di normalitĂ ad una franca demenza; al centro troviamo il decadimento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment), una zona grigia intermedia che può evolvere o meno in demenza. Lâassessment neuropsicologico evidenzia deficit di attenzione, fluenza verbale e flessibilitĂ mentale unitamente ad apatia, ansia, depressione6 e discontrollo degli impulsi7. La valutazione di questi pazienti può essere resa altresĂŹ difficoltosa da un rallentamento globale nello svolgimento delle prove.
Quale trattamento?
A livello motorio, il trattamento di base è farmacologico e prevede la somministrazione di un composto chimico dopa precursore della dopamina (L-dopa). La L-dopa non rallenta il decorso della malattia ma aiuta ad alleviarne i sintomi. In caso di MP in stadio avanzato con buona responsività alla L-dopa si può valutare un intervento neurochirurgico di Deep Brain Stimulation per stimolare alcune strutture cerebrali sottocorticali coinvolte nel movimento; questo intervento richiede un profilo neuropsicologico nella norma.
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Interventi di training cognitivo8 e stimolazione magnetica transcranica (tDCS)9 svolti nel contesto di trial clinici randomizzati sono incoraggianti (migliore plasticità sinaptica e neurogenesi) ma piÚ controverse sono le evidenze per affettività e comportamento, dove è preferibile imposare un percorso di psicoterapia (es. cognitivo-comportamentale) rivolta sia a* paziente che a* caregiver10 11.
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