🧠 Plasticità cerebrale e riserva cognitiva
La plasticità cerebrale è una proprietà intrinseca del cervello umano e consente al sistema nervoso di adattarsi a stimoli ambientali e fisiologici. Si tratta di un processo continuo che accompagna la persona lungo tutto l’arco di vita (lifespan). Esiste un periodo “sensibile” sovrapponibile all’infanzia, nel quale la plasticità è più elevata ma essa si mantiene anche in età adulta.
🍂 Plasticità cerebrale e invecchiamento: la riserva cognitiva
Il concetto di plasticità cerebrale assume un ruolo cruciale nel contesto dell’invecchiamento. L’invecchiamento cerebrale si caratterizza per importanti differenze interindividuali sul piano strutturale, metabolico e chimico, sia che scaturiscano da processi fisiologici sia che siano riconducibili all’insorgenza di una patologia degenerativa1. Nel contesto patologico, al fine di comprendere la discrepanza che spesso si osserva tra grado di compromissione cerebrale (neuropatologia) e performance cognitiva è stato proposto il concetto di “riserva”. Tra i più noti figurano il costrutto di riserva cerebrale2 e di riserva cognitiva3. Gli studi sulla riserva cerebrale nascono nell’ambito della malattia di Alzheimer e individuano nelle maggiori dimensioni del cervello e nel maggior numero di neuroni i fattori determinanti per rallentare la demenza. La riserva cognitiva propone invece un modello più “attivo” e flessibile, dove, a parità di riserva cerebrale, la persona con riserva cognitiva più elevata è in grado di gestire meglio i cambiamenti legati all’età4. Studi epidemiologici documentano come un QI precedente alla malattia più alto, un livello di istruzione più elevato e uno stile di vita ricco di attività/interessi, svolgano una funzione neuroprotettiva riducendo il rischio di sviluppare la demenza o rallentando la comparsa dei sintomi. Tuttavia, in tal caso, il decorso della malattia sembra essere più rapido dopo la diagnosi5.
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Il costrutto della riserva cognitiva ricopre un ruolo importante in termini prognostici per un ampio spettro di quadri clinici, dalla demenza di Alzheimer ai disturbi cognitivi acquisiti in seguito ad ictus o traumi cranici (sindromi post-concussive).
In questi casi, una valutazione neuropsicologica tempestiva già in fase preclinica, cioè prima della comparsa dei sintomi, risulta preferibile per impostare interventi riabilitativi precoci.
🩺 Assessment neuropsicologico, decorso e prognosi
L’assessment neuropsicologico prevede un breve screening inziale che si avvale di test a rapida somministrazione, seguito da una batteria più estesa (compatibilmente con le condizioni cliniche del paziente) comprensiva di prove atte a valutare memoria, linguaggio, attenzione, funzioni esecutive, intelligenza, abilità visuo-percettive, etc.
E’ importante corredare il profilo cognitivo anche di un inquadramento affettivo e comportamentale, poiché potrebbero emergere aspetti di natura ansioso-depressiva meritevoli di approfondimento.
La valutazione della riserva cognitiva si avvale di tre principali indicatori: 1) livello di scolarizzazione, 2) tipologia/grado di mansione lavorativa e 3) attività svolte nel tempo libero. Quantificando i segni patologici correlati a neurocompromissione con tecniche di neuroimaging (fMRI, PET, etc.) o altri strumenti diagnostici, maggiori saranno il livello di istruzione, il coinvolgimento cognitivo richiesto dall’attività lavorativa e più lo stile di vita della persona sarà complessivamente attivo, maggiori saranno le risorse a sua disposizione per far fronte al deficit, ad esempio adottando strategie compensative.
Se nel contesto delle demenze tali fattori di protezione possono posticipare la comparsa dei sintomi, nel caso delle sindromi post-concussive riducono la vulnerabilità rispetto a eventuali disfunzioni cognitive6. Tali fattori non sono tutti necessariamente predeterminati ma alcuni possono essere modificati (ad esempio la qualità delle relazioni sociali) e modificare a loro volta l’architettura cerebrale (riserva cerebrale) 7.
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